SEDEO ERGO SUM 3.0

di Caterina Pecchioli con Subodh Kerkar e Naoya Takahara

 a cura di Abbiatici_Levy

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30 Ottobre – 06 Dicembre 2014

 

Il titolo della mostra si rifà al progetto portato avanti da Caterina Pecchioli (Firenze, 1978) dal 2010 Sedeo ergo sum.

Al cogito cartesiano, si sostituisce l’indicativo presente di un verbo di stato. Più del pensiero, può l’atteggiamento. Come a dire che sono la posizione che scegliamo e il modo che assumiamo che ci determina, al di là di ciò che pensiamo e congetturiamo.

L’esposizione vuole aprire una riflessione sull’oggetto “sedia” nell’arte, ponendo attenzione ai suoi aspetti storici, relazionali e sociali. Introdotta a metà del Quattrocento in seno agli ambienti ecclesiastici e aristocratici, per distinguere il valore del singolo rispetto alla collettività, la sedia si fa via più espressione di un sé sociale individualista. Forma, materiali, dimensioni raccontano i diversi io, come appartenenza sociale, preferenze stilistiche e contesti vissuti. La posizione assunta inoltre manifesta una percezione del sé e dell’altro in termini di rapporto e potere. Mai come ora la sedia è oggetto che occupa e contraddistingue la nostra quotidianità. Di fronte ai nostri schermi, non c’è altra via. Nell’epoca del Web 2.0, il 3.0 del titolo traccia la proiezione verso un modo di sedere 3.0, per un recupero del dialogo, dello scambio, per la costruzione di nuovi obiettivi seduti insieme.

Il progetto di Caterina Pecchioli – che è allo stesso tempo interattivo, relazionale e performativo – diviene una piattaforma partecipativa di scambio anche attraverso il web, con la creazione della pagina Facebook Sedeo Ergo Sum 3.0; un’occasione di confronto multimediale aperto non solo all’arte visiva, ma anche a diversi altri campi del sapere. In mostra Caterina Pecchioli presenta alcune fotografie della serie Sedeo Ergo Sum, una documentazione impersonale di sedute in differenti contesti pubblici, religiosi, giuridici, che evidenzia i ruoli statici e prestabiliti assunti dagli individui in diversi ambiti e Coreografia Sociale, un’installazione di sedie che funziona come un dispositivo di interazione tra oggetto e spettatore, lo spazio del pubblico diverrà quello del palco, portando lo spettatore a “entrare e uscire” da diversi ruoli, attraverso la sperimentazione di posizioni diverse.

La mostra presenta il lavoro di altri due artisti Naoya Takahara (Ehime, Giappone, 1954) e Subodh Kerkar (Goa, India, 1965) espandendo la riflessione sull’oggetto “sedia” a livello geografico, offrendo spunti di analisi originali, frutto di due preziose eredità culturali di provenienza asiatica.

Con Doppia Naoya Takahara ragiona sul concetto di dualità e lo fa partendo da una sedia per crearne una seconda, grande il doppio, la cui seduta diventa il tavolo della prima. Sulla sedia-tavolo l’artista pone una macchina da scrivere e su di essa un foglio che riporta poche criptiche frasi: “Ho fatto una sedia. L’ho ingrandita fino a diventare il mio tavolo ideale. Era alta quasi doppia.” Takahara ci pone di fronte lo spiazzamento di un oggetto sovradimensionato che sembra rispondere a una lucidissima logica dell’assurdo, allo stesso modo di Lewis Carroll in Alice nel paese delle meraviglie, autore che secondo le parole di Gilles Deleuze in La logique du sense, «compie la prima grande messinscena dei paradossi del senso». L’artista produce uno sdoppiamento della visione creando un oggetto che è effetto e conseguenza dell’altro.

You’re a better man than I am Gunga Din, titolo del lavoro di Subodh Kerkar, artista indiano che si interessa da sempre a tematiche legate alla storia di Goa, è il noto verso conclusivo di un poema dello scrittore britannico di origini indiane Rudyard Kipling, il cui protagonista, un umile portatore d’acqua, diventa un eroe dopo aver sacrificato la vita per salvare dei soldati britannici. Nel lavoro di Kerkar, l’oggetto “sedia” – introdotto in India dai coloni europei – si trasforma in un meccanismo di capovolgimento di ruoli. La seduta, composta da cinghie rotanti, impedisce una fruizione dell’oggetto e quest’impossibilità di sedersi si traduce in una mancata assunzione di un ruolo o addirittura in un ribaltamento di posizione e in qualche modo in una forma di uguaglianza.

L’inaugurazione della mostra coincide con l’evento “PORTUENSE201 Open Studios #02” durante il quale gli studi di del distretto Portuense201 aprono le loro porte al pubblico con una serie di eventi e installazioni che coinvolgono video, arte e architettura.

 

Piattaforma interattiva www.facebook.com/sedeoergosum3.0

Il blog vuole avviare una forma di riflessione collettiva e partecipata sulla storia degli oggetti d’arredo, sulla loro applicazione, declinazione e studio nei diversi campi del sapere: design, architettura, arte, antropologia, filosofia… con il proposito di avviare una serie di esposizioni specifiche e relativi dibattiti, capaci di approfondirne lo studio, fino agli usi e le tendenze più contemporanee.

 

CATERINA PECCHIOLI > Coreografia Sociale  

30 ottobre 2014

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Contenuto: 40 Sedie + 23 Carte Istruzione

Partecipanti: gli spettatori

Regole: Eseguire un’istruzione alla volta per quanto tempo si desidera

Durata: Variabile, si consiglia di giocare per almeno 20 minuti

Scopo: Eseguire varie azioni contemporaneamente ad altre persone contribuendo così all’attivazione della Coreografia Sociale

Coreografia Sociale è un’installazione interattiva in cui il pubblico è invitato ad assumere un ruolo e divenire attore di uno scambio performativo aperto. Il visitatore entra in uno spazio abitato da varie “costellazioni” di sedie dove, seguendo una serie d’istruzioni suggerite, forma una partitura aperta che può essere agita in molti modi. In senso più ampio, tutti “eseguiamo” un’opera artistica mentre assistiamo alla sua rappresentazione. Un oggetto visivo, o performativo, stabilisce il punto e, in molti casi, il tempo di osservazione. Questo micro-teatro dell’osservare e fare, contemporaneamente, è il fulcro stesso dell’installazione interattiva. Le due condizioni di performer e spettatore sono affidate alla stessa persona. Siamo al tempo stesso oggetto e soggetto della pièce. La scenografia degli spazi sociali della serie fotografica Sedeo Ergo Sum si mette in movimento e diventa coreografia sociale. L’ambiente dell’installazione interattiva mette in dubbio le strutture, le posizioni assegnate, i ruoli e gli status suggeriti dalla prima serie di scene e questa volta l’abitudine sociale si trasforma in un gesto aperto: l’osservatore viene invitato a ricoprire dei ruoli, spesso diametralmente opposti – genitore/figlio, presidente/membro di un gruppo professionale e, in senso più generale, performer/spettatore. Questa nuova messa in scena degli schemi comportamentali abituali permette al visitatore di percepire il suo spostarsi nei diversi ruoli sociali, scivolandone dentro e fuori. Azioni come spiegare, ascoltare, pregare o aspettare vengono al tempo stesso private del loro significato usuale e possono essere rimesse in scena, oggettivate, sperimentate. L’installazione crea lo spazio per incontri casuali fra gesti presi in prestito e le persone. I ruoli definiti, le posizioni, la divisione dello spazio e le interazioni fisse si mettono in moto, vengono dis-organizzati. La partecipazione performativa diventa un processo entropico caratterizzato da una graduale perdita d’identità dei gesti sociali. 

Dal testo critico “Coreografia dei Gesti Sociali” di Alena Alexandrova

L’installazione è stata sviluppata attraverso un laboratorio per famiglie condotto in collaborazione con Costanza Givone nel febbraio 2013 alla Tenuta Dello Scompiglio.

 

CATERINA PECCHIOLI > Sedeo Ergo Sum

serie fotografica, stampa Lambda su alluminio, 135×90 cm

©Pecchioli_Sedeo Ergo sum_Teatro Valle Occupato, Roma 2013_serie fotografica

Gli spazi pubblici, quegli spazi in cui camminiamo, osserviamo, ascoltiamo, decidiamo, leggiamo, aspettiamo, sono caratterizzati da una particolare scenografia. Gli ambienti architettonici avvolgono gesti e comportamenti sociali, ma il vero protagonista sulla scena, l’elemento chiave, è la sedia. Una concentrazione di sedie forma l’infrastruttura che, alla lettera, tiene insieme, fisicamente, un gruppo di persone, una struttura che sostiene una particolare forma di socialità. La distribuzione delle sedie, così come la possibilità di spostarle, suggerisce una particolare sequenza di ruoli svolti da ciascuno degli occupanti, attribuendo potere, dando voce o mettendo a tacere. La sedia è la spina dorsale di una relazione sociale. Sedeo Ergo Sum… siedo dunque sono… con gli altri. 

Delle file di sedie, in una determinata posizione, implicano di solito la separazione fra il gruppo di persone che ascolta o osserva e quello che si esibisce. Definendo il punto di osservazione, altrettanto importante quanto i ruoli in scena, le sedie rappresentano l’infrastruttura stessa dello spettacolo. Se una disposizione circolare suggerisce una situazione di scambio o condivisione fra pari, la distribuzione dello spazio in un parlamento, con la netta separazione della posizione di chi presiede e di chi è membro, rende ben visibili i meccanismi del potere politico. Una fila di sedie in uno spazio pubblico definisce la posizione di chi aspetta un treno o un autobus e che simultaneamente sparisce e partecipa al teatro della vita. 

Gli scatti di Caterina Pecchioli ritraggono il punto di osservazione, ascolto o interlocuzione, non il comportamento sociale o lo spettacolo in sé. Lo spazio del pubblico si contrappone – in modo letterale e spaziale – al palcoscenico, luogo di un mondo immaginario. In questo senso le foto rappresentano una contro-immagine dell’immaginario condiviso del teatro o della politica. Esaminano l’esatto punto d’osservazione e lo stato di ritrovarsi insieme, che di solito resta fuori dal campo visibile. Le immagini del teatro o del parlamento vuoto non analizzano l’evento in scena, punto focale dello sguardo sociale, ma la struttura materiale che inquadra l’atto stesso di osservare insieme. 

Tutti noi abbiamo assistito a uno spettacolo teatrale o a un concerto, seguito una conferenza o osservato distratti il movimento della folla in attesa di un treno. Questi scatti, in cui risuona il nostro vissuto, sono immagine dello spazio pubblico e traccia di un gesto sociale, un palcoscenico abbandonato dagli attori. Suscitano una riflessione particolare: dove c’è un gruppo di sedie deve esserci per forza uno spettacolo, un gesto, un ruolo, una partitura da eseguire. L’immagine di una sedia vuota evoca il teatro, è l’aspettativa di una rappresentazione, di un discorso… o di un treno.

Dal testo critico “Scenografia degli Spazi Sociali” di Alena Alexandrova.

Courtesy: Associazione Culturale Dello Scompiglio

SUBODH KERKAR  

You’re a better man than I am Gunga Din

2014, disegni su carta

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Subodh Kerkar vive e lavora a Goa (India). Il suo impegno come artista e come catalizzatore di energie creative sul territorio, lo ha spinto ad impegnarsi nell’ambizioso progetto di creazione di un nuovo centro per l’arte contemporanea – il MOG (Museum of Goa) – il cui obiettivo è quello di dare spazio alla scena artistica locale, ma anche ad artisti internazionali che possano interagire con le forze sul territorio, creando quindi un importante luogo di scambio di energie e idee. 

Invitato a partecipare al progetto Sedeo Ergo Sum 3.0, Kerkar che da sempre si interessa a tematiche legate alla storia di Goa, immagina una serie di lavori, Restless Chairs, in cui l’oggetto ‘sedia’ – introdotto in India dai coloni europei – si trasforma in un meccanismo di capovolgimento di ruoli. Partendo da considerazioni legate all’origine stessa della ‘sedia’, che nasce come strumento di distinzione di un individuo rispetto agli altri, ovvero per contraddistinguere colui che detiene il sapere o il potere da chi non lo ha, Kerkar elabora una serie di lavori che stravolgono la natura dell’oggetto rimettendone in discussione la funzione e le finalità originarie. Nei disegni progettuali presentati, le sedute, composte da cinghie rotanti, da rotelle o da elementi di volta in volta diversi, impediscono – o comunque scoraggiano fortemente – la fruizione delle sedie che private della loro funzione primaria si trasformano in elementi scultorei o anche in quelle che Deleuze e Guattari avrebbero definito macchine celibi. 

In particolare, l’impossibilità di sedersi, nell’intenzione dell’artista, si traduce in una mancata assunzione di un ruolo o addirittura in un ribaltamento di posizione che si richiama al difficile rapporto tra colonizzatori e coloni, tra dominanti e dominati, tra vincitori e vinti, suggerendo in qualche modo una forma di uguaglianza tra le parti. 

Il titolo di questo progetto You’re a better man than I am Gunga Din è il noto verso conclusivo di un poema dello scrittore britannico di origini indiane Joseph Rudyard Kipling (1865-1936) e nasce da una riflessione tra Valentina Gioia Levy e Subodh Kerkar. Noto in occidente soprattutto per i suoi romanzi per ragazzi come Il Libro della Giungla o Kim, Kipling non è un autore particolarmente apprezzato in India perché considerato un sostenitore del colonialismo inglese o per usare le parole di un altro grande scrittore, George Orwell: un jingo colonialista, moralmente insensibile ed esteticamente disgustoso. La figura stessa dell’autore è stata oggetto di giudizi contrastanti e opinioni contraddittorie, di aspre critiche da parte del già citato Orwell e di grande ammirazione da parte di altri, come T.S. Eliot che si posizionò invece in sua difesa. Nel poema che ha ispirato il titolo del progetto, Gunga Din, (pubblicato per la prima volta nel 1890 sul The National Observer) Kipling racconta la storia di un portatore d’acqua che diventa un eroe dopo aver sacrificato la sua vita per salvare un soldato britannico, durante una battaglia. Lo scrittore celebra l’umiltà e il coraggio del protagonista e la frase ‘tu sei un uomo migliore di quanto io sia Gunga Din’, pronunciata dal soldato, pur essendo frutto di una mentalità coloniale tardo ottocentesca, rappresenta tuttavia un evidente ribaltamento di posizione, in cui una figura considerata marginale anche dalla stessa società indiana diventa modello etico e morale. Allo stesso modo la serie di sedie pensate da Kerkar si pone come strumento di ripensamento delle dinamiche di potere, di distinzione e di disuguaglianza. I lavori dell’artista sono infatti degli oggetti anti-ergonomici che attraverso la scomodità spingono a uscire dalla zona di confort del corpo e della mente per osservare il mondo, la storia, la società e le sue dinamiche da punti di vista diversi. 

 

 

NAOYA TAKAHARA > Doppia

1995, h 135 cm

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legno, macchina da scrivere, un foglio sul quale è dattiloscritto:

DOPPIA

Ho fatto una sedia.

L’ho ingrandita fino a diventare il mio tavolo ideale.

Era alta quasi doppia.

Naoya Takahara

 

[ testo estratto da Pezzi di un palazzo futuro di Simonetta Lux

Saggio pubblicato in Naoya Takahara, PROFILES, Avivson Books, London, 1995. ] 

Doppia, del 1995 (legno,macchina da scrivere, h 135 cm) è un insieme costituito di due sedie, di cui una di dimensioni comuni, l’altra sovradimensionata, fino a trasformarsi in “tavolo” dell’altra. A confermare questa sua funzione, su di essa è posta una macchina da scrivere, un po’ antica, con dentro un foglio sul quale è dattiloscritto: 

Ho fatto una sedia. 

L’ho ingrandita fino a diventare il mio tavolo ideale. 

Era alta quasi doppia. 

Naoya Takahara

Perché una sedia al posto di un tavolo, a fungere da tavolo? 

Perché quella approssimazione – dice infatti: “alta quasi doppia”, proprio nei dati tecnici, dimensionali? Un po’ di ironia, di leggerezza. I materiali sono sempre gli stessi perfettamente e secondo loro natura lavorati. E’ sempre quel pallido legno di abete,che serviva per il telaio delle prime tele dipinte, che fuoriusciva nei “legni “ dell ‘ 88, che faceva da cornice (o da ‘non – cornice ‘) al cotone dipinto e che ora serve per la creazione di un oggetto, funzionale al mondo limitato dell’azione di un individuo e che l’artista genera come da dentro la sua arte, da dentro la sua tecnica, da dentro la sua azione, da dentro una quotidianità spaesata . 

Come Mobili nella valle di Giorgio de Chirico, o un ritorno agli anni dell’infanzia, quando, come dice Breton, ancora si può sognare? 

Scrive De Chirico nel 1927: 

Si è notato sotto quale aspetto singolare si mostrano letti, armadi a specchi, tavoli quando si vedono all’improvviso…in un ambiente in cui non siamo abituati a vederli. I mobili ci appaiono allora in una luce nuova, sono rivestiti di una strana solitudine; una grande intimità nasce tra loro. Mobili abbandonati in mezzo alla grande natura, è l’innocenza, la tenerezza … in mezzo a forze cieche e distruttrici”. 

Doppia è nella grande “natura” del mondo tecnologico e informatico, con una sua strana solitudine “in mezzo a forze cieche e distruttrici”.

Pezzi di un palazzo futuro.

Naoya Takahara è nato in Ehime, Giappone nel 1954. Dopo essersi laureato in discipline artistiche nel 1976 alla Tama Arts University of Tokyo, inizia a viaggiare in Europa, stabilendosi poi definitivamente a Roma. Principali mostre personali: Jartrakor, Roma 1987. Janus Avivson Gallery, Londra 1995. Sala 1, Roma 1996. Bianca Pilat, Milano (a cura di Trevi Flash Art Museum) 1997. Museo Laboratorio di Arte Contemporanea alla Sapienza, Roma; Erica Fiorentini Arte Contemporanea, Roma 2003. Palazzo Corgna (con Fabio Mauri), Città della Pieve 2005. Color Museum, Tokyo 2008. TRAleVOLTE, Roma 2011. Higuchi Cube, Fukuoka 2014.

Di Doppia ne sono state realizzate tre, di cui una presente al MACRO di Roma e l’altra al Sistema Museale d’Ateneo di Viterbo. 

 

 

Direzione e organizzazione:

Manuela Tognoli